
Chi arriva sulla costa a nord di Catania, seguendo la litoranea che porta verso Acireale, a un certo punto si imbatte in una fila di scogli scuri che spunta dal mare come una silhouette tagliata di netto contro l’orizzonte. È il piccolo arcipelago dei Ciclopi: l’Isola Lachea e i faraglioni che la circondano, un fazzoletto di roccia vulcanica che concentra in poche centinaia di metri storia geologica, mito, pesca e un’idea di mare molto diversa da quella dei grandi lidi.
A terra, Aci Trezza è un borgo che vive da sempre con il porto in prima fila. La fila di barche ormeggiate, le cassette di pesce, le reti stese ad asciugare: non è un allestimento folkloristico, è il lavoro quotidiano che continua, pur tra mille difficoltà, a tenere in piedi una comunità abituata a misurarsi con il mare. Le case si affacciano sulla piccola baia, i tavolini dei bar occupano porzioni di marciapiede, i pescherecci escono all’alba e rientrano quando il carico lo permette.
A pochi minuti di barca dalla riva, il paesaggio cambia. L’Isola Lachea è poco più che uno scoglio allargato, ma l’impressione, una volta sbarcati, è di essere altrove. Non ci sono stabilimenti, né musica a palla: solo roccia, vegetazione bassa, qualche sentiero che sale verso l’edificio della stazione scientifica e terrazze naturali dove ci si stende al sole. Intorno, l’acqua ha sfumature che vanno dal nero al verde al blu, a seconda della profondità e del fondale.
La natura qui è figlia del fuoco. Le rocce sono colate basaltiche antiche, solidificate, fratturate, levigate da millenni di mare. Le forme dei faraglioni, le colonne verticali, le superfici spaccate non sono bizzarrie artistiche, ma il risultato di processi vulcanici e di raffreddamento che raccontano una parte della storia dell’Etna. Guardando da vicino, si riconoscono strutture geometriche, cavità, superfici porose dove trovano spazio alghe e piccoli invertebrati. Per chi ama osservare, basta una maschera per rendersi conto che la vita, qui, non è solo in superficie.
Sopra questo strato geologico si è depositato il mito. Secondo la tradizione, sarebbero proprio questi scogli i “macigni” scagliati da Polifemo contro Ulisse in fuga, nel racconto dell’Odissea. È una corrispondenza più letteraria che scientifica, ma ha segnato l’immaginario di Aci Trezza e dell’intera area. Nei racconti dei pescatori, nelle insegne dei locali, nelle feste di paese, il riferimento ai Ciclopi è costante: il mare non è solo uno spazio fisico, ma un luogo di narrazioni tramandate.
Dal punto di vista ambientale, l’area marina protetta istituita intorno all’Isola Lachea e ai faraglioni ha posto alcuni paletti all’uso di questo tratto di mare. Sono previste zone con diversi livelli di tutela, limitazioni per la pesca, regole per la navigazione. Non è un paradiso incontaminato – la vicinanza con l’area urbana di Catania pesa – ma rispetto ad altri tratti di costa la pressione antropica è stata almeno in parte regolata. Chi entra in acqua si trova spesso a nuotare tra branchi di piccoli pesci, praterie di posidonia, fondali che scendono rapidamente a pochi metri dalla riva.
Il rapporto con il turismo è, qui, una partita aperta. In estate Aci Trezza si riempie di visitatori, soprattutto nei fine settimana, ma l’Isola Lachea resta una meta che richiede un minimo di scelta consapevole: bisogna organizzarsi con una barca, accettare che non ci siano comodità da stabilimento balneare, convivere con una fruizione essenziale. Chi cerca solo movida e lettino viene soddisfatto dalle strutture sulla terraferma; chi decide di raggiungere l’isola lo fa, di solito, per curiosità verso la natura e la storia del luogo.
Il borgo, nel frattempo, prova a stare in equilibrio. Da un lato c’è il fascino che ha conquistato scrittori e registi – l’eco dei “Malavoglia”, il ricordo del film “La terra trema” – dall’altro la fatica quotidiana di chi deve fare i conti con stagioni brevi, traffico, consumo di suolo. Lungo il lungomare convivono trattorie storiche, nuove attività legate alla ristorazione veloce, piccoli bed and breakfast ricavati in case di famiglia. Non è una località patinata: le contraddizioni sono tutte visibili, come spesso accade dove turismo e vita quotidiana si sovrappongono.
Per chi arriva fuori stagione, tra autunno e primavera, il quadro cambia ancora. Il flusso di visitatori si riduce, il mare prende colori più freddi, il vento si fa sentire. L’Isola Lachea resta raggiungibile solo con condizioni meteo favorevoli, e molte giornate si prestano più alla passeggiata lungo il molo, all’osservazione dei faraglioni da terra, che ai bagni. È proprio in questi mesi che emerge con più chiarezza la vocazione “lenta” di questo tratto di costa: ci si può fermare a parlare con i pescatori che rammendano le reti, osservare il ritmo delle barche, seguire con lo sguardo le nuvole che passano sull’Etna.
Chi inserisce Aci Trezza e l’Isola Lachea in un itinerario siciliano lo fa spesso come deviazione di una giornata, incastrata tra una visita a Catania e una fuga verso Taormina. Eppure, questo tratto di costa meriterebbe tempi diversi. Una notte in più permette di vedere cambiare la luce sui faraglioni, ascoltare il mare nelle ore in cui la confusione si spegne, osservare come il borgo si riappropria dei suoi spazi quando i pullman se ne vanno. È un modo per restituire a questo luogo la complessità che gli spetta: non solo “sfondo” perfetto per fotografie, ma nodo vero di un intreccio tra geologia, mito, pesca e trasformazioni sociali.
In una Sicilia che tende a concentrare l’attenzione su grandi icone – l’Etna, le città barocche, le spiagge più note – l’Isola Lachea e i faraglioni dei Ciclopi restano una destinazione a misura di sguardo curioso. Richiedono disponibilità a fermarsi, ad accettare una certa essenzialità, a leggere nel paesaggio i segni del tempo lungo. Chi è disposto a farlo scoprirà che, dietro la cartolina, c’è un piccolo mondo in cui la lava antica, le leggende omeriche e la vita di un borgo di pescatori convivono ancora, non senza attriti, ma con una forza che vale la deviazione.